Si sa che alla tradizione non si resiste mai. Secondo me, teneri ed innocui uccellini rigirati nello spiedo però, potrebbero essere un’eccezione.
Ovviamente la dissertazione è d’obbligo per un ossuto argomento come questo, pertanto mi sono adoperata per offrire pro e contro questa tradizione dell’entroterra veneto (chiamiamolo così), tramandata alle giovani generazioni.
Da un po’ di settimane, visto che è uno degli argomenti del lunedì post week end, mi sento obbligata a segnalare agli interessati (non praticanti) questa entusiasmante proposta gastronomica.
Chi invece è pratico (anche se non eccelle invece in affidabilità) potrà certo fornire interessanti indirizzi per l’assaggio (anche se con l’arrivo della primavera credo che ci orienteremo tutti verso qualche specialità meno impegnativa).
Di per sé non sono contraria alla cacciagione, anche se prevede una digestione lenta, non riesco a focalizzare la fila di ex pennuti sullo spiedo, forse perché mi sembra un rito d’altri tempi.

“Salta subito alla vista, a destra del camino, un sacco di paglia sospeso dove si infilavano i coltelli e altri utensili, sempre pronti per essere adoperati. Sul tetto si appendevano le carni, sui tavoli piatti, tegami, sulla sinistra un contenitore con l'acqua, mentre il fuoco, generalmente, rimaneva accesso notte e giorno, scoppiettando e preparato per cucinare qualsiasi pietanza. Vicino al camino, uno spiedo arrostendo cacciagione.”
Quando ho letto questo pezzo ho pensato subito ad una di quelle enormi cucine dei palazzi cinquecenteschi. Poi il pensiero si è spostato ad un gustoso piatto assaggiato al San Domenico di Imola (fantastico!): un tenerissimo piccione adagiato in un letto di misticanza.
Quindi no, non è vero che la generica cacciagione non ci va proprio giù.
Forse l’orrore non è lo spiedo, ma il fatto che ormai, anche al bar, dobbiamo verificare se “impiattano” ordinatamente i fusilli ripassati al micronde. Senza sporcarsi le mani con ridotte capacità di convivialità.